Proposta Radicale 36 2026
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L’Europa unita è invincibile

di Volodymyr Zelensky

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Gaza: riflessioni per il giorno dopo

di Guido Salvini

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Libertà di scelta e scelte di Libertà 

di Maria Antonietta Farina Coscioni

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Marco Pannella, ideali e libertà

di Mario Barbaro

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Thoreau il solitario libertario di Walden

di Bruce Bliven

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L’Europa unita è invincibile

L’Europa unita è invincibile

di Volodymyr Zelensky

Intervenuto al recente World Economic Forum di Davos, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esortato gli europei a prepararsi al nuovo ordine globale invece che tentennare, disunirsi e illudersi che il vecchio ordine possa essere ripristinato. Questo il testo del suo intervento.

Cari amici, tutti hanno presente il grande film americano “Ricomincio da capo” con Bill Murray e Andie MacDowell. Ma nessuno vorrebbe vivere così – ripetendo ogni giorno la stessa storia per settimane, mesi, anni. Eppure, è esattamente così che viviamo oggi. È la nostra vita. E ogni Forum come questo lo dimostra. Proprio qui a Davos, un anno fa, avevo concluso il mio intervento dicendo: “L’Europa deve sapere come difendersi”. È passato un anno e nulla è cambiato. Siamo ancora nella stessa situazione, costretti a ripetere le stesse parole. Ma perché?

La risposta non sta solo nelle minacce che già esistono o che potrebbero emergere. Ogni anno porta con sé qualcosa di nuovo – per l’Europa e per il mondo. Tutti hanno spostato la loro attenzione sulla Groenlandia. È chiaro: la maggior parte dei leader non sa che cosa fare. E sembra che tutti stiano solo aspettando che l’America “si raffreddi” sull’argomento, sperando che la questione svanisca. Ma se non svanisse? Cosa accadrà allora?

Si è parlato molto delle proteste in Iran – ma sono state soffocate nel sangue. Il mondo non ha aiutato abbastanza il popolo iraniano, è vero, si è voltato dall’altra parte. In Europa era periodo di feste, Natale e Capodanno. Quando i politici sono tornati al lavoro per definire una posizione comune, l’ayatollah aveva già ucciso migliaia di persone. E cosa diventerà l’Iran dopo questo bagno di sangue? Se il regime sopravvive, il messaggio per ogni tiranno sarà chiaro: “Uccidi abbastanza persone e resterai al potere.” Chi, in Europa, vuole che quel messaggio diventi realtà? Eppure, l’Europa non ha nemmeno provato a costruire una risposta autonoma.

Guardiamo all’emisfero occidentale. Il presidente Trump ha guidato un’operazione in Venezuela. E Maduro è stato arrestato. Ci sono opinioni diverse, certo, ma resta un fatto: Maduro è sotto processo a New York. Sorry, ma Putin non lo è. Siamo al quarto anno della più grande guerra in Europa dalla Seconda guerra mondiale, e l’uomo che l’ha iniziata non soltanto è libero ma combatte ancora per riavere i suoi soldi congelati in Europa. E sapete una cosa? Sta avendo anche un certo successo. È la verità. È Putin che cerca di decidere come utilizzare i beni russi congelati – non chi avrebbe il potere di punirlo per questa guerra. Fortunatamente l’Unione europea ha deciso di congelare quegli asset a tempo indeterminato – e gliene sono grato: grazie Ursula, grazie António, grazie a tutti i leader che lo hanno reso possibile. Ma quando è arrivato il momento di usare quei fondi per difendersi dall’aggressione russa, la decisione è stata bloccata. Putin è riuscito a fermare l’Europa. Purtroppo.

Un’altra cosa. Per via della posizione americana, ora si evita perfino di parlare della Corte penale internazionale. È comprensibile – è una posizione storica americana. Ma allo stesso tempo non c’è alcun vero progresso verso un Tribunale speciale per l’aggressione russa contro l’Ucraina. Abbiamo un accordo, è vero. Ci sono stati tanti incontri. Ma l’Europa non è arrivata nemmeno al punto di creare una sede, un luogo dove il Tribunale possa davvero lavorare. Cosa manca – il tempo o la volontà politica? Troppo spesso, in Europa, c’è sempre qualcosa di “più urgente” della giustizia.

Oggi lavoriamo attivamente con i nostri partner sulle garanzie di sicurezza, e ne sono grato. Ma quelle valgono dopo la guerra, dopo il cessate il fuoco. Allora ci saranno contingenti, pattugliamenti congiunti, bandiere alleate sul suolo ucraino. È un ottimo passo, un segnale giusto: Regno Unito e Francia sono pronti a impegnare realmente le proprie forze sul terreno – e c’è già un primo accordo in tal senso. Grazie Keir, grazie Emmanuel, grazie a tutti i leader della nostra Coalizione. Stiamo facendo di tutto perché la Coalizione dei volenterosi diventi una Coalition of action. E tutti sono molto positivi, ma… c’è sempre un “ma”. Serve il sostegno di Trump. Ancora una volta: nessuna garanzia di sicurezza funziona senza gli Stati Uniti.

Ma il cessate il fuoco stesso? Chi può farlo accadere? L’Europa ama discutere del futuro, ma evita di agire nel presente – nel presente che decide quale futuro avremo. Ecco il problema. Perché il presidente Trump può fermare le petroliere della flotta ombra e sequestrare il petrolio, mentre l’Europa no? Il petrolio russo naviga vicino alle coste europee: quel petrolio finanzia la guerra contro l’Ucraina, quel petrolio destabilizza l’Europa. Dunque, il petrolio russo va fermato, confiscato e venduto a beneficio dell’Europa. Perché no? Se Putin non ha soldi, non può fare la guerra. Se l’Europa ha le risorse, può difendere i propri cittadini. Oggi, quelle petroliere fanno guadagnare Putin – e questo significa che la Russia continua a portare avanti la sua agenda malata. Lo ripeto: l’Europa ha bisogno di forze armate unite – forze capaci di difendere davvero l’Europa. Oggi l’Europa si affida alla speranza che, se arriverà il pericolo, la Nato agirà. Ma nessuno ha mai visto l’Alleanza davvero in azione. Se Putin decidesse di colpire la Lituania o la Polonia, chi risponderebbe? In questo momento, la Nato vive di fede – la fede che gli Stati Uniti interverranno. Ma se non lo facessero?

Credetemi, questa domanda è nella mente di ogni leader europeo. Alcuni cercano di avvicinarsi a Trump – è vero. Altri aspettano, sperando che il problema scompaia. Altri ancora hanno iniziato ad agire – investendo nella produzione dí armi, stringendo partenariati, ottenendo consenso per aumentare la spesa militare. Ma ricordiamolo: finché l’America non ha spinto l’Europa a spendere di più per la difesa, quasi nessun paese cercava di raggiungere il 5 per cento del pil – il minimo necessario per la sicurezza. L’Europa deve sapere come difendersi. E se mandate 30 o 40 soldati in Groenlandia, a cosa serve? Che messaggio dà a Putin? Alla Cina? E soprattutto: che messaggio manda alla Danimarca, il vostro alleato più diretto? O dichiarate che le basi europee proteggeranno davvero la regione da Russia e Cina – e le costruite oppure rischiate di non essere presi sul serio. Perché 30 o 40 soldati non proteggono nulla. Noi sappiamo cosa fare. Se le navi russe solcano liberamente i mari intorno alla Groenlandia, l’Ucraina può aiutare – abbiamo l’esperienza e le armi per fare in modo che nessuna resti a galla. Possiamo affondarle lì come le affondiamo al largo della Crimea. Nessun problema: abbiamo gli strumenti e gli uomini. Ma se ci chiedessero di farlo, se fossimo nella Nato – e non lo siamo – quel problema non esisterebbe più.   

Sull’Iran, tutti aspettano di vedere cosa farà l’America. Il mondo non offre nulla; l’Europa non offre nulla e non vuole schierarsi con il popolo iraniano e la democrazia che esso reclama. Ma quando si rifiuta di aiutare chi lotta per la libertà, le conseguenze ritornano – sempre in modo negativo. La Bielorussia del 2020 è l’esempio. Nessuno ha aiutato quel popolo. E ora i missili russi Oreshnik sono schierati lì, a portata della maggior parte delle capitali europee. Non sarebbe accaduto se i bielorussi avessero vinto nel 2020. Abbiamo detto più volte ai nostri partner europei: agite ora. Agite subito contro quei missili. I missili non sono mai solo decorazione. Eppure, l’Europa resta in modalità Groenlandia: “Forse… un giorno… qualcuno farà qualcosa”.

Lo stesso vale per il petrolio russo. Le sanzioni ci sono, sì. Il prezzo del greggio russo è sceso. Ma il flusso non si è fermato. E le aziende che finanziano la macchina da guerra di Putin continuano a operare. Nulla cambierà senza ulteriori sanzioni. Siamo grati per tutte le pressioni esercitate sull’aggressore, ma diciamolo chiaramente: l’Europa deve fare di più. Le sue sanzioni devono colpire i nemici con la stessa efficacia di quelle americane. Perché se l’Europa non è percepita come una forza globale, se le sue azioni non incutono timore ai malintenzionati, allora sarà sempre costretta a reagire, in ritardo, a nuove minacce.

Vediamo tutti come le forze che vogliono distruggere l’Europa non perdono un solo giorno. Operano liberamente, anche dentro l’Europa. Ogni “Viktor” che vive del denaro europeo mentre svende gli interessi europei merita una lezione. E se si trova a suo agio a Mosca, non significa che dobbiamo permettere che le capitali europee diventino piccole Mosche. Ricordiamo cosa ci separa dalla Russia. La linea di conflitto più profonda è questa: la Russia combatte per svalutare la persona umana, per rendere possibile che un dittatore distrugga chi vuole. Ma questi dittatori devono perdere potere, non guadagnarlo.

Per esempio: i missili russi vengono prodotti solo perché ci sono vie per aggirare le sanzioni. È la verità. Tutti vedono come la Russia cerchi ora di far congelare gli ucraini, di farli morire di freddo a -20 gradi. Ma la Russia non potrebbe costruire un solo missile balistico o da crociera senza componenti critici provenienti da altri paesi. E non parlo solo della Cina. Troppo spesso ci si nasconde dietro la scusa che “è la Cina ad aiutare la Russia”. Sì, è vero. Ma non è la sola. La Russia ottiene componenti da aziende in Europa, negli Stati Uniti, a Taiwan.

Oggi molti investono nella stabilità intorno a Taiwan per evitare una
guerra… Ma le aziende taiwanesi possono davvero continuare a fornire elettronica alla Russia? L’Europa non dice quasi nulla. L’America non dice nulla. E Putin continua a fabbricare missili. Ringrazio naturalmente ogni paese e ogni azienda che aiuta l’Ucraina a riparare il proprio sistema energetico. È un aiuto essenziale. Grazie a chi sostiene il programma Purl, grazie a chi ci aiuta ad acquistare missili Patriot. Ma non sarebbe più semplice e meno costoso tagliare la Russia dai componenti di cui ha bisogno per produrre missili? O, meglio ancora, distruggere direttamente le fabbriche che li producono?

L’anno scorso abbiamo speso quasi tutto il tempo a discutere di armi a lunga gittata per l’Ucraina. Tutti dicevano che la soluzione era “a portata di mano”. Oggi nessuno ne parla più. Ma i missili e i droni Shahed russi sono ancora qui. E noi abbiamo ancora le coordinate esatte delle fabbriche che li costruiscono. Oggi colpiscono l’Ucraina. Domani, potrebbe essere qualsiasi paese della Nato.

Eppure, qui, in Europa, ci viene detto di non menzionare i Tomahawk – per non guastare l’umore agli americani. Ci dicono di non parlare dei missili Taurus. Quando si tratta della Turchia, ci dicono “non offendete la Grecia”. Quando si tratta della Grecia, “siate cauti con la Turchia”. In Europa ci sono discussioni infinite, omissioni, rivalità interne che impediscono di unirsi e parlare con sincerità, per trovare soluzioni reali. Troppo spesso gli europei si rivoltano gli uni contro gli altri – leader, partiti, movimenti, comunità invece di unirsi per fermare la Russia, che porta la stessa distruzione a tutti.

Invece di diventare una vera potenza globale, l’Europa resta un bellissimo ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa appare smarrita – intenta a cercare di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma lui non cambierà. Il presidente Trump ama sé stesso. E dice di amare l’Europa. Ma non ascolterà questa Europa.

Uno dei problemi più grandi dell’Europa di oggi – anche se non se ne parla spesso – è la mentalità. Alcuni leader europei vengono dall’Europa, ma non sempre sono “per” l’Europa. E così l’Europa resta più una geografia, una storia, una tradizione – non una forza politica reale, non una grande potenza. Ci sono europei davvero forti, è vero. Ma molti dicono: “Dobbiamo restare
forti”, aspettando che qualcun altro dica quanto a lungo. Preferibilmente – fino alle prossime elezioni. Ma non è così che agisce una grande potenza.

I leader dicono: “Dobbiamo difendere gli interessi europei”. Ma sperano che qualcun altro lo faccia al posto loro. E quando parlano di valori, spesso intendono “beni di valore”. Tutti dicono: “Dobbiamo sostituire il vecchio ordine mondiale”. Ma dov’è la fila di leader pronti ad agire – ora, sulla terra, in aria, sul mare – per costruire un nuovo ordine globale? Il nuovo ordine mondiale non si costruisce con le parole. Solo l’azione crea un ordine reale. Oggi l’America ha lanciato il Board of Peace. L’Ucraina è stata invitata. Anche la Russia e la Bielorussia – benché la guerra non sia finita, non c’è nemmeno un cessate il fuoco. Avete visto chi ha aderito. Ognuno aveva le proprie ragioni. Ma ecco il punto: l’Europa non ha nemmeno una posizione unitaria sull’iniziativa americana. Forse questa sera, quando si riunirà il Consiglio europeo, decideranno qualcosa. Ma i documenti sono stati firmati stamattina. E forse stanotte decideranno anche qualcosa sulla Groenlandia. Ma ieri sera Mark Rutte ha parlato con il presidente Trump – grazie, Mark, per la tua produttività. L’America sta già cambiando posizione – ma nessuno sa ancora come.

Le cose si muovono più velocemente di noi. Più velocemente dell’Europa. E allora: come può l’Europa tenere il passo? Cari amici, non dobbiamo degradarci a ruoli secondari – non quando abbiamo la possibilità di essere una grande potenza insieme. Non dobbiamo accettare che l’Europa sia solo un’insalata di piccole e medie potenze, condita con i nemici dell’Europa stessa. Quando è unita, l’Europa è davvero invincibile. E può – deve – essere una forza globale. Non una che reagisce in ritardo, ma una che definisce il futuro. Questo aiuterebbe tutti – dal Medio Oriente a ogni altra regione del mondo. Aiuterebbe la stessa Europa, perché le sfide che affrontiamo oggi sono sfide al nostro modo di vivere, al modo europeo di vivere, dove le persone contano, dove le nazioni contano. L’Europa può contribuire a costruire un mondo migliore. L’Europa deve costruire un mondo migliore. E un mondo senza guerra, naturalmente.

Ma per questo serve forza. Serve agire insieme, e in tempo. E, più di tutto – serve il coraggio di agire. Oggi stiamo lavorando attivamente per trovare soluzioni – soluzioni vere. Abbiamo incontrato il presidente Trump, e i nostri team lavorano quasi ogni giorno insieme. Non è semplice. I documenti per porre fine alla guerra sono quasi pronti quasi. E questo conta davvero. L’Ucraina lavora con onestà e determinazione. E questo porta risultati. Ora la Russia deve diventare pronta, pronta a porre fine a questa guerra, a fermare la propria aggressione. La pressione deve restare forte. E il sostegno all’Ucraina deve crescere ancora.

I nostri precedenti incontri con il presidente degli Stati Uniti ci hanno portato sistemi di difesa aerea. Grazie anche agli europei che hanno contribuito. E oggi abbiamo parlato ancora della protezione dei cieli che significa, naturalmente, protezione delle vite. Spero che l’America continui a restarci accanto.

E l’Europa deve essere forte. L’Ucraina è pronta ad aiutare – in tutto ciò che serve per garantire la pace e prevenire la distruzione. Siamo pronti ad aiutare gli altri a diventare più forti di quanto siano oggi. Siamo pronti a far parte di un’Europa che conta davvero – un’Europa di potere reale, una grande potenza. Oggi abbiamo bisogno di quella forza per difendere la nostra indipendenza. Ma anche voi avete bisogno dell’indipendenza dell’Ucraina perché domani potreste dover difendere il vostro stesso modo di vivere. E con l’Ucraina al vostro fianco, nessuno vi calpesterà. Avrete sempre un modo per agire – e agire in tempo. Questo è fondamentale: agire in tempo.

Cari amici, oggi è uno degli ultimi giorni di Davos – ma non certo l’ultimo Davos. Su questo tutti concordano. Molti pensano che, in qualche modo, le cose si sistemeranno da sole. Ma non possiamo contare sul “qualche modo”. Per una sicurezza reale, la fede non basta – la fede in un partner, in un colpo di fortuna. Nessuna discussione intellettuale può fermare una guerra. Serve azione. L’ordine mondiale nasce dall’azione. E serve solo il coraggio di agire. Senza azione oggi, non c’è domani. Mettiamo fine a questo nostro “Ricomincio da capo. E sì – è possibile”. Grazie. Slava Ukraini!

Gaza: riflessioni per il giorno dopo

Gaza: riflessioni

per il giorno dopo

di Guido Salvini

È il giorno della liberazione degli ostaggi a Gaza e con essa della tregua, non della pace. La storia degli ultimi due anni comporterebbe scrivere un libro, tanti sono i giudizi, le riflessioni e i sentimenti, anche contraddittori, che si sono accavallati in ciascuno di noi. Non basta un semplice articolo. Lascio quindi su questa storia coinvolgente qualche proposizione e riflessione sparsa in forma di promemoria, su parte delle quali molti possono non essere d’accordo ma possono usarle come punti di partenza per riflettere.

Avere la consapevolezza che Hamas non concepisce la pace ma solo una tregua temporanea con gli infedeli che osano stare nelle terre dell’Islam. Così detta anche il Corano. La tregua serve per riorganizzarsi in silenzio prima di riprendere la Jihad. Ai fanatici in divisa verde e occhiali neri, che sembrano dei marziani cattivi, nei confronti dei quali il mondo progressista si è mostrato purtroppo sempre più indulgente, il messianesimo religioso che li abita non lascia spazio a ripensamenti. Israele deve essere cancellato con una lotta che non si pone limiti di tempo, irrorata dal sangue dei martiri. Questo significa, senza essere poi troppo pessimisti, che il conflitto ricomincerà quando i loro capi lo decideranno.

Ricordare il popolo di Gaza e le sue vittime. L’ultima una bambina di nove anni di nome Rasil colpita quando la tregua era già iniziata. Nella consapevolezza che quel popolo è insieme schiavo e scudo umano ma anche sostenitore di Hamas, sarebbe ipocrita tacerlo. Senza libertà politiche, libertà di parola, libertà di stampa e di informazione, libertà religiosa non si formano una opinione pubblica e una società civile e mancando queste non si forma nemmeno una classe dirigente, una condizione senza la quale uno Stato non può esistere. Possono esserci solo bande di predoni al comando, in un territorio, di una massa indistinta di sudditi.

Ricordare i quasi mille soldati dell’esercito di Israele caduti a Gaza per ridare la libertà ai loro connazionali. L’ultimo, il sergente Michael Nachmani, colpito da un cecchino e spirato anch’egli quando la tregua era già è stata firmata.

Ricordare, non è un dettaglio, che in cambio dei 20 ostaggi israeliani sono stati liberati quasi 2000 detenuti palestinesi, tra cui molti condannati all’ergastolo per decine di omicidi e altri delitti efferati contro civili. Dopo il massacro del 7 ottobre è un’altra estorsione, consumata con successo. In questo scambio, simile per rapporto numerico ad altri del passato, è contenuta però una verità paradossale: la vita di un cittadino israeliano vale quella 200 palestinesi e non c’è per i terroristi di Hamas da farne gran vanto.

Ricordare i morti “altri”, le quasi mezzo milione di vittime della guerra civile in Siria e i civili morti e che continuano a morire in Sudan, non meno che a Gaza, e il numero enorme di rifugiati che sta provocando ancora il conflitto tra le fazioni in quel paese. I morti in Sudan non sono mai stati sulle prime pagine dei giornali perché non hanno fatturato “politico”, non si possono attribuire ai propri avversari ideologici, quindi non servono.

Ricordare che anche in Ucraina sono morti e continuano a morire migliaia di civili ma non sono una bandiera colorata nelle strade. Le pagine dei giornali sulla guerra in quel paese non le legge quasi nessuno. È una tragedia in luoghi freddi e un po’ remoti che non ha rappresentazione, che non vende biglietti.

Ricordare il peccato originale di chi ha sempre odiato Israele. Qualsiasi ingiustizia sia avvenuta in quelle terre quando nel 1948 Israele è nato, chi ci viveva aveva accanto un paese che stava progredendo in modo straordinario e l’unico che in Medioriente conosceva la democrazia. Avrebbero dovuto cercare di imitarlo e non cercare di distruggerlo. Ma fare la guerra, impugnare il mitra e gridare slogan, è più facile di costruire la pace e di conquistare la propria prosperità. Così più settant’anni dopo siamo ancora qui.

Quanto a Israele, pur costretto ad una guerra feroce, alcune ferite che ha inflitto o dovuto infliggere sono immedicabili. I racconti dei bambini prematuri morti in mano ai medici negli ospedali durante i bombardamenti, a Gaza i parti precoci sono stati tanti per la mancanza di alimentazione, fanno star male. Poi, dopo il 7 ottobre e con il governo estremista di Netanyahu, hanno dilagato i famelici coloni portatori in Cisgiordania di un messianesimo religioso uguale e contrario a quello degli islamisti. Sono i fanatici di un “Grande Israele”, una sorta di “dal fiume al mare” alla rovescia in cui Israele dovrebbe espandersi, come nella Bibbia, sino all’Eufrate. 

Se il futuro Parlamento israeliano non rifletterà su questo forse Israele, pur dopo tante vittorie, ha i giorni contati. Ci vorranno comunque decenni prima che Israele possa purificarsi, ritorni nel cuore di chi l’ha sempre difesa perché era in tutto il Medio Oriente il luogo migliore per un laico in cui vivere e quello in cui non solo l’economia ma la cultura e la scienza hanno fatto i più grandi progressi.

L’unico antidoto al conflitto che ricomincerà è la presenza e l’impegno di una autorità internazionale condivisa dall’ONU, dagli Stati Uniti, dai Paesi arabi e soprattutto dai Paesi europei dell’Occidente, presieduta magari da una personalità internazionale neutra e autorevole. Una presenza che non deve essere percepita come colonialista ma capace, oltre agli aiuti economici, di uno sforzo educativo che traghetti quei luoghi verso una società civile e aperta. Non è un compito facile. Quanto avvenuto ha instillato, ed è comprensibile, odio nei giovani e nei giovanissimi di Gaza per i quali, divenuti uomini, la strada psicologicamente più facile sarà essere quella della vendetta. E l’odio, come si sa, è il sentimento più duraturo.

L’Italia soprattutto, un paese che ha una buona credibilità, deve essere presente con le sue intelligenze e i suoi tecnici. Evitando nel partecipare a questo progetto ogni polemica e contrapposizione politica di parte. È compito di tutti noi, politici e cittadini, assicurare questo impegno senza divisioni.

Libertà di scelta e scelte di Libertà

Libertà di scelta e scelte di Libertà 

di Maria Antonietta Farina Coscioni

Pensare alle due persone che ho molto amato, e che amo ancora, anche se non sono più tra noi è più emozionante questa volta. Due persone i cui destini si sono intrecciati con il mio; le loro vite si sono mescolate con la mia e sono state fondamentali nella mia evoluzione umana e politica. Scrivo di Luca Coscioni, l’uomo che ho sposato, e di Marco Pannella, la persona che Luca e io abbiamo incontrato nel nostro percorso di ricerca e di lotta.

Parlando di Luca e di Marco, parlerò di me, ma in definitiva anche di voi lettrici e lettori di “Proposta Radicale”. Perché entrambi, letteralmente incarnavano quello in cui credevano e per cui hanno tenacemente lottato. La politica, per loro era impegno: personale, fisico; ed anche, se non soprattutto ascolto, dialogo, attenzione. La carezza che ti arrivava quando non te lo aspettavi, ma ne sentivi l’urgenza; il sorriso che ti scuoteva dal momento di stanchezza; e anche, a volte, la rude sollecitazione a recuperare in te le risorse che credevi di avere esaurito; e loro invece sapevano esserci.

Entrambi, sia pure forse in modo diverso, amavano quelle speranze antiche come la donna e l’uomo, ed erano speranza. Marco diceva sempre che il suo credo consisteva nella parola che si ascolta e che si dice; “ai racconti che ci si fa in cucina e a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuole essere onesti ed essere capiti”.

Ecco: Luca e Marco erano onesti e volevano essere capiti. Per Luca Coscioni, il 20 febbraio saranno vent’anni dalla morte, perché ucciso a soli 38 anni dalla sclerosi laterale amiotrofica; per Pannella, il 19 maggio, saranno dieci anni.

Ho ben vivo il ricordo, di quando Marco singhiozzando, comunica la notizia che Luca se n’era andato. “Luca fu censurato, ci ha lasciato la forza di combattere. Luca era un leader perché era in prima linea e in prima linea è caduto. Direi che è stato ammazzato anche dalla qualità di questo paese, della sua oligarchia, che lo corrompe e lo distrugge”. Parole molto dure; ma, credo, pienamente giustificate.

Da allora sono due le domande che mi pongo, quotidianamente: che cosa ha fatto, e soprattutto: che cosa non ha fatto questo Paese per Luca Coscioni? Per i tanti Luca anonimi e senza visibilità che ci sono stati, che ci sono ancora. Un malato che fa della sua malattia, del suo stesso corpo, uno strumento di lotta e di iniziativa politica per la libertà di ricerca scientifica, una battaglia, “la battaglia” al di sopra delle altre. La sclerosi laterale amiotrofica mette a nudo i limiti delle politiche pubbliche quando la ricerca scientifica diventa terreno di scontro ideologico. Tra cure assenti, diagnosi tardive, disuguaglianze territoriali, la malattia interroga il rapporto tra scienza, istituzioni e responsabilità politica. Il dovere della politica di garantire diritti, non fare promesse, a chi convive con patologie neurodegenerative gravi come la SLA.

Un atto dovuto, una volta entrata in Parlamento, quello depositare una proposta di legge per l’istituzione, il 20 febbraio, della “Giornata nazionale per la libertà di ricerca scientifica”: occasione per pensare, riflettere, anche a livello di azione politica la scienza, il suo rapporto con il potere, la libertà di ricerca; e porre questioni essenziali – troppo spesso dimenticate, rimosse, ignorate – al centro di quelle che sono le dinamiche culturali, civili, ed economiche della società. Penso che aver scelto di fondare, nel 2015, l’Istituto Luca Coscioni di cui sono presidente, con amici e compagni che credono nei valori e negli obiettivi che erano di Luca, sia, oggi, ancor di più una realtà in cui sperare e su cui lavorare. Abbiamo cercato di capire se fosse possibile un luogo che consenta di approfondire la ricerca, la riflessione, l’impegno politico, civile, culturale incarnati – ecco il “corpo” che torna – dalla stessa vita di Luca.

Con questi amici e compagni ci siamo detti di insistere, di non mollare, perché è necessario ed è urgente riflettere e confrontarci sui reali rapporti tra la scienza e il potere, i nessi e le problematiche della democrazia – e quale “democrazia” – la partecipazione pubblica, il mondo dell’informazione, il diritto alla conoscenza e ad essere correttamente informati. Credo non si debba allentare la presa per la promozione di un dibattito e un confronto tra il potere delle parole e le parole del potere che dominano le nostre vite, le vite di tutti noi.

Marco Pannella, ideali e libertà

Marco Pannella, ideali e libertà

di Mario Barbaro

Il nostro amico e compagno Mario Barbaro ha di recente pubblicato un suo smilzo (nelle dimensioni) e denso (nei contenuti) lavoro: “Con Dio o senza Dio. Ideali e libertà” (SBS Edizioni, pagg.148, 15 euro). Quali sono le domande fondamentali che l’essere umano si pone? Esiste un senso ultimo dell’esistenza? La verità si sviluppa nella fede, nella filosofia o nella storia? Mario parte da questi cruciali interrogativi per la sua “inquisizione”. Attraverso il pensiero di figure emblematiche e un approfondito lavoro di ricerca, si viene guidati tra etica, spiritualità e scienza, senza pregiudizi né dogmi. Un viaggio tra fede e ragione, tra passato e presente, per interrogarsi sulla direzione dell’umanità. Alcune pagine sono dedicate a Marco Pannella, ve le proponiamo. 

Marco Pannella vedeva la politica non come un’attività confinata alle istituzioni o ai dibattiti parlamentari, ma come un’esperienza totale che permeava ogni aspetto dell’esistenza, compresi i gesti individuali e le scelte personali.

Durante la sua carriera politica ha ricoperto incarichi importanti: è stato più volte parlamentare in Italia ed anche eletto al Parlamento Europeo. Ma la sua vita è stata caratterizzata da quella sua innata e singolare capacità di saper “attraversare le stanze del potere” senza fermarsi. Diverse espressioni come “Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia di occuparlo”, o anche “credenti in altro, che nel potere e nell’oro”, sono molto evocative del suo stile: la sua vita è un invito a credere in ideali più grandi come la libertà, anziché piegarsi alla logica del dominio e del profitto, e significative sono le sue posizioni anticlericali senza però schierarsi contro le religioni, rispettando il pensiero dei credenti.

Pannella se n’è andato senza lasciare eredità materiali. Aveva liquidato gran parte dei suoi averi per le sue idee, in particolare per il Partito Radicale. Ha lasciato un’eredità in ideali anziché in ideologie, esprimendoli con parole ma soprattutto con l’esempio. Provava un amore immenso “per la vita del diritto e per il diritto alla vita”, fermamente convinto che la strage del diritto portasse inevitabilmente alla strage dei popoli. Di qui, il suo stare al fianco non soltanto dei detenuti ma all’intera comunità penitenziaria, schiacciata sotto il peso delle mancanze della politica, quest’ultima del tutto incapace di prendere quelle decisioni urgenti e coraggiose che potessero far vivere appieno il dettato costituzionale. Messaggi che risultano sempre attuali, anche alla luce purtroppo del drammatico fenomeno dei suicidi in carcere, che continua a caratterizzare le cronache di oggi.

Pannella amava stare tra gli ultimi, tra gli emarginati, in strada, per le strade. Nella sua vita è riuscito ad imporre temi universali, ad aggregare militanti e al tempo stesso premi Nobel e grandi personalità. È stato emarginato dai media, anzi è più corretto dire “silenziato”, ma nonostante questo ha tirato dritto senza preoccuparsene troppo, ma come amava dire piuttosto “occupandosi” dei problemi.

Pochi giorni prima di lasciare questo mondo, era consapevole che il tramonto della sua esistenza terrena fosse vicino. Eppure, non smetteva di desiderare conoscenza: leggeva, studiava, si informava. Fino all’ultimo, ha diffuso messaggi d’amore con semplicità, trovando ispirazione persino nei colombi e nei volatili che danzavano nell’aria, ricordandoci che è l’amore che conta, l’odio è per gli stronzi.

Thoreau il solitario libertario di Walden

Thoreau il solitario libertario di Walden

di Bruce Bliven

Nell’autunno del 1837, un giovane appena laureatosi a Harvard, torna alla natia Concord, nel Massachusetts, per insegnare nella piccola scuola locale. Quasi circolano strane voci sul suo conto: quel giovane combattivo dalle spalle spioventi, con il suo gran naso e la sua faccia da bifolco, trincia giudizi che sono vere e proprie eresie: per esempio, si rifiuta di picchiare i ragazzi, quando tutti sanno che non è possibile far rigare dritto una scolaresca senza un uso generoso della bacchetta. La direzione della scuola tollera questo stato di cose per quindici giorni; dopodiché dà un ultimatum al giovane pedagogo: o usa la bacchetta o perde il posto.

Henry David Thoreau, come primo atto d’una vita tutta dedicata al culto della libertà personale incondizionata, sceglie a caso sei scolari, appioppa loro la punizione richiesta (o una passibile imitazione della medesima), e scrive una secca lettera di dimissioni. È l’ultimo impiego regolare del grande naturalista e filosofo nord-americano: da quel momento Thoreau si occupa soltanto in lavori che gli permettono di continuare i suoi studi senza dover rendere conto a istituzioni o a opinioni correnti. Fabbrica matite, raccoglie mirtilli, falcia il fieno, fa conferenze, sbriga lavoretti occasionali. E i libri, i saggi in cui descrive la sua lotta per restare libero: diventano uno dei più alti attestati del valore dell’indipendenza individuale. Il suo messaggio non potrebbe essere più attuale al giorno d’oggi, epoca d’irreggimentazione e progressivo sgretolamento della libertà individuale.

Ben pochi lo prendono sul serio in vita. Per i cittadini di Concord è “quel fannullone del giovane Thoreau”, che a malapena si guadagna il pane. Del suo primo libro, Una settimana sui fiumi Concord e Merrimack, sono vendute solo 219 copie, un bel giorno un carro di trasporti gli scarica davanti casa le 706 e più copie invendute: cosicché Thoreau può in seguito annotare allegramente sul suo diario: “Ora posseggo una biblioteca di 900 volumi, di cui oltre 700 scritti da me “. Chissà come rimarrebbe a sapere che una copia di quel libro, messo in vendita a un dollaro e 25 cents, vale oggi oltre mille dollari.

Il capolavoro di Thoreau, Walden, che è il suo diario ampliato, è quasi del tutto ignorato dai suoi contemporanei; fino alla sua morte ne vengono vendute soltanto 200 copie. Tuttavia, con il passare del tempo, Walden conquista il mondo, è forse il libro americano più tradotto. Ogni anno migliaia di lettori scoprono in quest’opera il modo di sfuggire alle sciagurate trappole che gli uomini si creano da sé, e trovare gioia e ristoro nella vita di ogni giorno.

La massa degli uomini”, scrive, “conduce una vita di tranquilla disperazione. Sono convinto che mantenersi su questa terra non è una fatica ma uno svago, se viviamo con semplicità”. Thoreau è fermamente deciso a essere padrone del proprio tempo: volendo ridurre al minimo le sue spese per essere libero di dedicarsi ai suoi libri e allo studio della natura, prende in affitto dal filosofo Ralph Waldo Emerson un apprezzamento di terreno sulla riva del laghetto di Walden, vi costruisce con le proprie mani una capanna, con la spesa di 28 dollari e 12 cents e mezzo per il materiale. In questa capanna Thoreau vive due anni, sostentandosi di poco più che nulla, annotando nel suo diario tutti i suoi pensieri e le sue azioni.

Mi sono ritirato nei boschi”, scrive in un brano divenuto celebre “perché volevo vivere con piena consapevolezza, affrontare soltanto i fatti essenziali dell’esistenza, vedere se non potessi imparare ciò che essa aveva da insegnarmi; e non giungere, in punto di morte, ad accorgermi di non aver vissuto. Non volevo vivere ciò che non è vita, tanto prezioso è il vivere; né volevo esercitarmi nella rassegnazione, senza una vera necessità. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo della vita, condurre un’esistenza gagliarda e spartana e bandirne tutto ciò che non fosse vita”.

Fin dai suoi più giovani anni Thoreau vive spartanamente. Quasi tutta la sua esistenza trascorre nel giro di pochi chilometri intorno al luogo in cui nasce nel 1817. Il padre, un negoziante fallito, aveva impiantato una piccola fabbrica di matite che tirava avanti alla meno peggio; il giovane Henry, se vuole andare all’università deve procurarsi una borsa di studio e lavorare duro nelle vacanze estive. Si laurea tra i primi dieci del suo corso, dimostrando una buona conoscenza dei classici. Povero com’è, non può pagare i cinque dollari che occorrono per il diploma, tuttavia alcuni anni dopo contribuisce, proprio con i cinque dollari, a un fondo per l’acquisto di libri in favore di studenti bisognosi; spiega: “Questo è più di quanto io abbia guadagnato negli ultimi tre mesi”.

Il punto decisivo della sua vita è l’incontro con Emerson. Il filosofo, commosso nell’apprendere che il giovane fa quasi 29 chilometri a piedi tra andata a Boston e ritorno per venire ad ascoltare le sue conferenze, gli offre una camera in casa sua in cambio di piccoli lavori occasionali. Come amico di Emerson, Thoreau entra a far parte di quella brillante compagnia di filosofi e scrittori che a Boston e nella cittadina di Concord danno vita al rinascimento americano. Anche in questa collezione di geni e di eccentrici, Thoreau è considerato un originale.

Spesso brusco con gli adulti, si fa voler bene dai bambini: per loro suona il flauto, esegue piccoli giochi di prestigio, racconta favole, foggi fischietti e zufoli con le canne, li conduce in campagna in cerca di mirtilli.

Pur considerandolo un originale, gli amici di Emerson non hanno che ammirazione per il suo coraggio. E’ contrario alla schiavitù; piuttosto che pagare la tassa per esercitare il suo diritto di voto in uno Stato che tollera la schiavitù preferisce andare in carcere. L’agente che lo arresta cambia senza saperlo il corso della storia: perché, dopo aver meditato a lungo sul fatto, Thoreau pubblica il suo saggio rivoluzionario Disobbedienza civile in cui sostiene che un uomo libero ha il diritto di disobbedire a leggi ingiuste, anche se votate dalla maggioranza, e propone un sistema del tutto nuovo: la resistenza passiva.

Ho chiesto una volta al Mahatma Gandhi, l’esile indiano che ha scosso dalle fondamenta il potente Impero Britannico, dove aveva mai preso l’idea paradossale di resistere con la non-resistenza. Mi ha guardato sorpreso: “Signor Bliven, credevo che lo sapessero tutti: da Henry David Thoreau”.

Oggi per alcuni dei negri del Sud-americano, Thoreau è una specie di pietra di paragone; e nei villaggi d’Africa e d’Asia i suoi libri e i suoi saggi competono con quelli di Marx per conquistare le menti.

L’ottimismo di Thoreau, la sua felicità, sono la conquista personale. E’ sempre stato di salute cagionevole; ha i polmoni deboli, e forse la sua morte non sarebbe stata affrettata a 44 anni da un forte raffreddore preso nelle passeggiate e nelle discussioni per la strada durante l’inverno. Ha un solo amore ed è un amore infelice. Nonostante le sue menomazioni, Thoreau gode forse più momenti di vera felicità che non chiunque altro di Concord. La gioia di tutta la sua vita è la contemplazione estasiata della natura: questa sua passione l’accompagna fino alla morte, è esaltata con parole che cantano al nostro cuore la gioia: “Per molti anni mi sono autonominato ispettore delle nevicate e delle tempeste e ho sempre compiuto fedelmente il mio dovere. Ho trascorso due anni con i fiori per miei principali compagni, senz’altra occupazione più impegnativa dell’osservarli mentre si schiudevano”.

Ecco alcuni insegnamenti che intere generazioni hanno ricavato dalla filosofia di Thoreau. Soffriva profondamente nel vedere i vicini che lesinavano e risparmiavano per un ipotetico futuro: “Noi siamo vivi ora. Essi accumulano tesori che saranno attaccati dalla ruggine e dalla tignola, tesori che i ladri scoveranno e porteranno via”.

Dice che la maggior occupazione consiste nel trovare più bellezza nel momento presente, il solo in cui viviamo: “Con ogni tempo, a ogni ora del giorno o della notte, mi sono sforzato di abbellire il momento che passa e di segnarlo con una tacca sul mio bastone; di tenermi al punto d’incontro di due eternità, il passato e il futuro, che è esattamente il momento presente”.

Il messaggio è chiaro: non sacrificate mai l’oggi al domani! Assaporate il momento. Se siete infelici ora, trovate rimedio ora stesso, perché la vostra vera esistenza non è altro che una serie di ‘ora’. E la bellezza a cui può giungere quest’esistenza ci è descritta da Thoreau con rara efficacia: “Se il giorno e la notte sono tali che li salutate con gioia, e la vita sprigiona una fragranza come di fiori e di erbe odorose, ecco il vostro successo. Il vero raccolto della mia vita quotidiana è qualcosa d’intangibile e d’indefinibile come i colori del mattino o della sera. È un pizzico di polvere di stelle, un segmento d’arco baleno che ho carpito”.

Noi potremo meglio afferrare e assaporare il momento presente, se ci rinvigoriamo spesso nella solitudine: “Proviamo a passare una giornata con la stessa fermezza di propositi della natura senza lasciarci sviare da ogni guscio di noce, da ogni moscerino che ci attraversa la strada… se il campanello suona, perché dovremmo precipitarci?”.

Thoreau riconosce che gli uomini sono comunque soli, piaccia loro o no: “L’uomo che pensa o lavora è sempre solo, dovunque sia… a che cosa vorremmo vivere quanto più vicino possibile? Non certo a una folla di gente…ma alla fonte perenne della nostra vita, da cui sempre, a nostra conoscenza, abbiamo scoperto che essa sgorga, come il salice che dimora presso l’acqua e in quella direzione tende le sue radici”.

Siate più indulgenti con voi stessi. La paura è la grande tiranna e la guastatrice dei nostri momenti presenti, la paura e le pavide opinioni che abbiamo di noi stessi. Thoreau lo intuisce molto prima che sia inventata la psicanalisi: “L’opinione pubblica è una debole tiranna paragonata alla nostra opinione personale. Ciò che l’uomo pensa di sé stesso… determina, o per meglio dire indica, il suo destino”.

Ai suoi disgraziati vicini, che conducevano una vita tranquilla, consiglia un po’ più d’indulgenza verso sé stessi. Giudicarsi con severità eccessiva costituisce un’inutile viltà, poiché effettivamente non c’è motivo di temere: “Credo che potremmo senza danno fidarci di noi stessi assai più di quanto non facciamo”, scrive. “La natura si adatta alla nostra debolezza non meno che alla nostra forza”.

Thoreau esorta a vincere “la tirannia delle cose” e personalmente passa nella vita con il minimo indispensabile di bagaglio inutile. Per nutrirsi a Walden spende solo 27 cents la settimana. Si vanta di potersi mantenere riducendosi allo stretto necessario, un anno intero con il frutto del lavoro di un mese e mezzo e ritiene questo un ottimo sistema di vita: “Diffidate di tutte le imprese che richiedono un vestito nuovo…i beni materiali sono una palla di piombo al piede”. La sua capanna a Walden è quasi del tutto priva di mobili.

Quasi tutto il lusso e molte delle comodità della vita non soltanto non sono indispensabili, ma costituiscono veri e propri impedimenti all’elevazione dell’umanità…la nostra vita si sbriciola nei particolari. Semplicità ci vuole! Datemi retta, tenete dietro a due o tre affari, non a cento o a mille. Fate i vostri conti sulle dita…Attraverso la povertà – cioè, la semplicità di vita e il minimo di accessori – mi sono solidificato e cristallizzato, in una singolare concentrazione di forza, energia e sapere”.

Per tutta la vita Thoreau predica e pratica la necessità di fare ora ciò che ci preme. Ai giovani che vogliono fare gli scrittori ma rimandano e s’impiegano in altro modo, dà solo questo consiglio in poche parole: “Andate subito in soffitta e mettetevi a scrivere”.

Chi studia la vita a lungo e non comincia mai a vivere lo irrita: “E’ soltanto quando dimentichiamo tutto quanto abbiamo appreso che cominciamo a sapere…perché non dare via libera alla piena, perché non aprire le chiuse e mettere in moto tutte le nostre ruote?”. Un amico dice una volta a Thoreau: “Perché non ti guadagni un po’ di denaro e non vieni a vedere la fiera a Fitchburg?”. Thoreau pronto ribatte che se avesse voluto andare anche lui a Fitchburg ci sarebbe arrivato per primo: perché si sarebbe avviato subito a piedi mentre l’amico era occupato a guadagnarsi il prezzo del viaggio in treno. 

Thoreau va sempre diritto allo scopo. Quando vuole una barca se la costruisce. Quando gli viene il desiderio di andare nei boschi del Maine, parte subito, senza nemmeno darsi pensiero di chiudere a chiave la porta contro i ladri.

In un senso più profondo della parola, Thoreau è davvero un buon amministratore: va in cerca di veri valori. La sua teoria della ricchezza è riassunta in una sola frase: “L’unica ricchezza è la vita”. Ammonimento per chi accumula denaro in banca e si procura ulcere allo stomaco: “L’unico frutto di una vita di lusso è il lusso”.

Pur esortarci a rompere con tutti gli impacci della convenzionalità, del denaro, della rispettabilità Thoreau predica un alto senso di responsabilità. È convinto, infatti che ognuno di noi ha la sua parte di responsabilità in tutto quello che avviene. Nessuno può addurre come scusa l’ineluttabilità del fato. Non c’è condizione che non sia suscettibile di miglioramento: “Non conosco nulla di più confortante dell’indiscussa capacità dell’uomo di elevare la propria vita mediante uno sforzo consapevole”. Tale capacità include l’ambiente in cui si vive. Se vi è del male, bisogna opporvisi risolutamente: “Se voi denunziate la crudeltà e l’ingiustizia ovunque si manifestino, contribuite per la vostra piccola parte a combatterle. Noi tutti siamo in prima fila nella battaglia in ogni momento della nostra vita”.

Alla sua morte Emerson gli tributa un profetico omaggio: “Dovunque vi sia conoscenza, dovunque vi sia virtù, dovunque vi sia bellezza, egli troverà una patria”.

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